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lunedì 21 marzo 2011

Le donne che lavorano

La definizione “donna in carriera” non mi è mai piaciuta. La trovo obsoleta e maschilista. Poteva funzionare qualche decennio fa, per indicare le poche  pioniere che riuscivano ad imporsi nel difficile e maschile mondo del lavoro.
Nel frattempo, però ne è passata tanta, di acqua sotto i ponti, e sarebbe ora di buttare via questo termine antipatico. Bisogna ammettere che ancora oggi ci si stupisce se una donna occupa una carica importante all’interno di un’altrettanta importante società, ma, nonostante ci sia ancora chi storce il naso, i tempi sono cambiati e sono molti, ormai, gli ambiti lavorativi nei quali non ci si stupisce più della presenza femminile.
Detto questo, sono convinta che questo modo di dire abbia condizionato le donne nel loro modo di porsi in ambito lavorativo. Quando si pensa ad una “donna in carriera” spesso si immagina una persona dura e fredda, quasi un robot. Ma una donna non è un robot, né dovrebbe diventarlo per farsi strada sul lavoro. E invece, spesso è accaduto. Senza quasi accorgersi, la donna si è dimenticata di essere tale, ha rinunciato alla femminilità, alla sensibilità e alla passione per andare avanti in un mondo maschile. Non ha pensato di poter riuscire ad avere successo con le sue uniche e speciali doti, ma ha cercato di uniformarsi all’uomo, comportandosi come lui, imitandolo inconsciamente.
Il risultato, benché abbia dato buoni frutti, se si pensa alla scalata della donna negli ultimi decenni, non è scintillante come avrebbe potuto essere.
Ci troviamo a combattere quotidianamente con una società che non ci aiuta, con un ambiente lavorativo che ci è ostile se siamo sposate e in età fertile, ma è colpa nostra. Ci siamo adattate, facendo intendere che ci andava bene così, che potevamo farcela a comportarci come un uomo. Ma non è così, noi non saremo mai così. Gli uomini non convivono tutto il giorno con il senso di colpa per non essere sempre con i figli, non hanno il pensiero delle mille cose da fare fuori dall’ufficio, non sbirciano l’orologio mentre il capo chiede loro di rimanere in ufficio ancora un’ora. Noi donne sì. Ed ora che proviamo ad alzare la testa, per far capire che qualcosa andrebbe cambiato, che abbiamo bisogno di strutture che ci tutelino come madri e come lavoratrici, ci rendiamo conto che forse è troppo tardi.
Per anni abbiamo mandato giù rospi, abbiamo dato di noi un’immagine sbagliata, abbiamo mostrato il lato peggiore di noi, ora dobbiamo essere solidali, perché, ebbene sì, la solidarietà femminile esiste, nonostante ci facessero credere il contrario.
Forse un primo passo potrebbe essere smettere di parlare di “donne in carriera”, ma di donne lavoratrici, perché è questo che le donne in carriera fanno, lavorano.

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